Il terzo spazio

Da ieri sono a Castellana Grotte, piccolo paesino in provincia di Bari. Qui è cresciuto mio padre, e qui è sepolto; qui c’è ancora la casa che è stata di mia nonna, e il piccolo appartamento che mia zia ha voluto mantenere.

Questo, per me, è un luogo dell’anima, un posto in cui vengo per uscire dal caos della capitale, e di una vita  bella, ma a volte troppo densa: un luogo dove il respiro si riallarga.

Ma, al di là della mia storia personale, ciò che mi colpisce sempre è la dimensione del paese, la tessitura sociale che ancora tiene e resiste. Quando ero più giovane, la lentezza di questo paesino mi esasperava: una volta per comprare uno spazzolino in farmacia impiegai più di mezz’ora. Il farmacista, infatti, mi fece vedere tutte le tipologie di spazzolino che aveva, spiegandomi per ognuna le caratteristiche. Ero giovane, e volevo solo andare al mare. Ora so che quella era una cura a cui non sono abituata.

In un paese si conoscono tutti, ci si saluta con tutti: e questo “tutti” si estende, per una sorta di osmosi sociale, anche a me, che sono una “straniera”. Questo mi permette di stare sulla soglia, come nelle grandi tradizione antropologiche, e osservare una comunità che vive un tempo diverso. I negozi non fanno orario continuato: anzi, a volte nel pomeriggio aprono più tardi. Ma restano aperti, la sera, se c’è la processione. Le fioraie del cimitero accolgono tutti con sorrisi e benedizioni, svolgendo un’importante funzione sociale di sostegno psicologico: e non hanno fatto una scuola specifica per imparare la relazione d’aiuto.

E poi, la piazza: quel luogo dove la comunità si ritrova, attende la processione, commenta i fatti del giorno, mentre i bambini e le bambine giocano a pallone.
Per Ray Oldenburg la piazza è un cosiddetto “terzo luogo”, o “terzo spazio”: un luogo che non è casa, e non è lavoro. Un luogo in cui ci si incontra, in cui si pratica la socialità. Un luogo  Secondo Oldenburg, un luogo necessario alla democrazia, all’impegno civico. Per espletare questa funzione sociale, un luogo deve essere accessibile anche senza pagare, permettere le chiacchiere e le risate, essere attraversato da frequentatori abituali. In un’unica espressione: essere abitato.

Anche a Roma ci sono piazze, ovviamente, e sono frequentate da famiglie. Ma io non le vedo mai. Quando ho letto per la prima volta il concetto del terzo spazio, la mia mente ha cominciato subito a immaginare spazi ricostituiti e restituiti alla città. Ma, subito dopo, la stessa mente si è chiesta: e io, quando ci vado? Perché in una vita lavorativa che finisce solitamente alle 20, se non alle 21, e che nei week end alterna formazioni, eventi culturali, volontariato, il tempo per incontrare il mondo in piazza non c’è. Ci vorrebbe un terzo tempo, oltre a un terzo spazio.

Per questo motivo, forse, stasera non avevo voglia di rientrare a casa a scrivere, ma continuavo a bighellonare nella piazza, respirando quel tessuto sociale che mi manca così tanto. Ho la mia rete di amicizie, intendiamoci, di cui sono grata ogni giorno. Ma ciò su cui riflettiamo da tanto tempo nei cerchi di parola di donne, ciò che cerchiamo di ricostruire negli spazi sociali autogestiti, è ancora questa tessitura, fatta non solo di relazioni dense, scelte, ma anche di relazioni più leggere, accomunate dal vivere quotidiano, che generano piccoli supporti reciproci, piccole gentilezze, anche solo un saluto.

Non è assolutamente mia intenzione ridurre la complessità della città a un “si stava meglio quando si stava peggio”: sono perfettamente consapevole delle insidie delle piccole comunità, e di quante opportunità culturali e sociali offra una città come Roma. Ma sento questa mancanza di una tessitura sociale quotidiana, e di un tempo che si allarga: e sento che le due cose si tengono insieme. E non posso fare a meno di chiedermi: c’è qualcosa a cui potrei rinunciare, per ricominciare ad abitare il tempo in questo modo?

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Emanuela De Bellis

Psicologa Psicoterapeuta

Sezione A dell'Albo dal 14/12/2009 con il n. 17439
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